Il diario di Vigo: il cuore della terra

La zona del cataclisma non è solo un luogo incantato da cui nasce la magia come naturale conseguenza dello scontro tra il meteorite e la nostra terra, ma una zona ferita e sconvolta del nostro pianeta.

Mi trovavo  su di un peschereccio al largo delle coste di Rhowyn, imbarcato come diplomatico di un regno che non esiste, ma che il vecchio capitano non voleva ammettere di non conoscere, quando in lontananza furono avvistati i chiari segni di una colossale tempesta.

Il capitano ordinò di aggirarla, preferendo costeggiare l’area del cataclisma piuttosto che passare in mezzo alla burrasca. Simili manovre venivano fatte spesso, ma nessuno osava avvicinarsi più di quella distanza, poiché era considerata la zona più pericolosa dell’intero mondo di Clivecraft.

Per quanto fossi preparato, basandomi su tutti i racconti che circolavano su quel luogo, la realtà era ben diversa, e in nessun modo sarebbe stato possibile prepararsi a ciò che si stagliò dinnanzi ai miei occhi. Esaltato dalle aspettative, mi arrampicai con un binocolo fino al punto di osservazione più alto della nave, attendendo con ansia di scorgere i bagliori della zona del cataclisma, dove si diceva che la magia più pura prendesse la forma di luminosi fasci di luce colorata, che si diffondevano nell’aria spargendosi nel resto del mondo. Quando la voce della vedetta ufficiale annunciò di aver raggiunto il punto limite di avvicinamento, rimasi ad osservare con stupore quello spettacolo spaventoso, ma allo stesso tempo affascinante.

Le acque si muovevano in maniera innaturale, formando un gorgo immenso e ampio quanto poteva esserlo un regno, tanto che non era nemmeno possibile vedere il lato opposto della sua circonferenza. Subito dopo notai come le acque emettessero sbuffi di vapore, oltre a grandi bolle d’aria che scoppiettavano in superficie. Vidi anche una grossa ombra immobile sopra le acque, così, alzando lo sguardo, l’inconscio mi spinse a mordermi il labbro; l’inconfondibile segno che la mia mente faticava ad accettare quello che vedeva.

Una grossa zolla di terra, grande come un carro imperiale, fluttuava senza peso nell’aria, seguendo lentamente il flusso delle acque sottostanti. Poi qualcosa mi sfiorò il viso, si trattava di un pugno di terra che sfuggiva alla gravità. Afferrandolo con una mano, notai alcuni piccoli vegetali che vi crescevano sopra, poi strinsi il pugno per saggiarne la consistenza, riducendolo in frammenti che caddero  verso l’alto. Nella mia mano non rimasero altro che alcuni piccoli fili d’erba e una pietra dalle dimensioni di una noce, che per poco non mi sfuggì verso il cielo. La afferrai al volo e la infilai in una tasca chiudendola con cura.

Vidi molte altre zolle di terra di diverse dimensioni che fluttuavano nell’aria, ma anche alcune misteriose cascate d’acqua che giungevano da punti indistinti al di sopra della mia testa, poi mi giunse il rumore dei marinai indaffarati sul ponte dell’imbarcazione: stavano preparando delle reti, ma la nave non accennava a fermarsi, quindi rimasi ad osservare ciò che stava accadendo.

Le reti furono issate come fossero delle vele, e non potevo che chiedermi a cosa potessero servire, ma poi giunse un enorme ammasso d’acqua che si schiantò contro di esse. Tra la schiuma e gli spruzzi che ne derivarono, quando finalmente l’acqua si dissipò, al suo posto vi era una grossa quantità di pesce che cadde sul ponte.

Sconvolto come non mai dall’ennesimo mistero di quel luogo, rimasi a parlare per ore con il capitano della nave, chiedendogli tutto quello che sapeva su quelle acque. Ma sapevo già che non mi sarebbe bastato, e che la mia fame di conoscenza e avventura non sarebbe stata placata.

Una volta tornato di nuovo a terra, lungo le coste occidentali di Yblamar, decisi di stabilirmi per il tempo necessario a investire tutte le monete d’oro che avevo guadagnato fino ad allora, usandole in numerose esplorazioni sull’Oceano del Tumulto, e rimanendo sempre più affascinato dall’incredibile sfregio che gli dèi avevano lasciato sul nostro pianeta.

Esattamente come in quella zona le masse d’acqua fluttuavano nell’aria, anche negli abissi era possibile trovare rocce che non affondavano, e bolle d’aria, grandi quanto case, che non salivano in superficie. In alcune di esse si era soggetti alla gravità ed era possibile sfruttarle come riserva d’aria, mentre in altre si poteva rimanere sospesi all’interno di esse, come se si volasse.

Sfruttando queste soste, e rischiando la mia vita, rimasi quasi due settimane sott’acqua, spingendomi sempre più in profondità, tanto che la mia nave d’appoggio mi diede per disperso.
Le acque del gorgo si facevano sempre più calde verso il centro. Mi sforzai in tutti i modi di raggiungerlo, ma senza mai riuscirci. Trovai però una bolla d’aria abbastanza vicina da poter scorgere in lontananza il bagliore del cuore pulsante della nostra Madre Terra: vivo e incandescente sotto le acque dell’Oceano del Tumulto, il magma si agitava senza sosta, solidificandosi e formando blocchi di terra che risalivano in superficie, o sprofondavano sotto il loro peso, fondendosi di nuovo in un ciclo infinito con la lava sottostante.

Allora ne fui certo: da quel luogo, in cui tutti i quattro elementi erano così vivi ed eternamente in preda al caos, qualcosa doveva esserne nato, e un idea accarezzò il mio pensiero sotto forma di un nome che veniva delle leggende: Calil-Edias.
Le voci sul misterioso continente volante dovevano essere vere.

Fluttuando nella bolla d’aria, soddisfatto dalle conclusioni dei miei due anni di ricerca, spezzai il mio ultimo cristallo dislocatore, pensando a casa, e la bolla implose per il vuoto che vi lasciai.

Completamente bagnato, ricominciai a respirare aria fresca nella camera della locanda che avevo affittato a Damien, la capitale di Yblamar. Avanzai verso la finestra e la spalancai fissando l’orizzonte; ora non dovevo fare altro che dedicare le mie ricerche verso il  cielo.

Dal diario di Vigo, il Tessitore di leggende

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Scritto da Simone Telloli
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